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giovedì 15 luglio 2010

Il Real Sito di San Leucio.

San Leucio è qualcosa di più che uno dei vari “siti borbonici”: esso ha rappresentato una rivoluzionaria istituzione socio-economica.
La zona fu individuata da Ferdinando IV negli anni Sessanta, a seguito dell’ultimazione dei lavori per la Reggia di Caserta. In questi anni, il giovane sovrano prese l’abitudine di soggiornare sempre più spesso a Caserta, i cui dintorni erano ideali per la pratica da lui preferita, la caccia.
Scrisse lo stesso Sovrano un volume a riguardo, intitolatoOrigine della popolazione di San Leucio, stampato nel 1789, ove troviamo scritto: «Nella magnifica abitazione di Caserta, cominciata dal mio augusto padre, proseguita da me, io non trovava il silenzio e la solitudine atta alla meditazione ed al riposo dello spirito; ma un’altra città in mezzo alle campagne, con le stesse idee di lusso e di magnificenza della capitale; così che, cercando luogo più appartato che fosse quasi romitorio, trovai adatto il colle di San Leucio. Di qua le origini della colonia».

S . Leucio: abitazioni
Individuata la riserva di San Leucio, nel 1773 stabilì che vi fosse costruito un fabbricato destinato al riposo durante le cacce, più tardi denominato “Vaccheria”. Accadde però nel 1778 un evento tragico: vi morì il Principe ereditario Carlo Tito.


Il Giardino all'italiana e il Belvedere
Da allora i due Sovrani, straziati dal dolore, non vollero abitarvi più; nondimeno, il Re decise di utilizzarlo altrimenti, proprio allo scopo di trarne comunque dell’utile vantaggio.
Vicino alla Vaccheria sorgeva l’antico casino baronale degli Acquaviva. L’idea di Ferdinando fu geniale: affidò all’architetto Francesco Collecini, allievo del Vanvitelli, l’incarico di ampliare e trasformare in reggia-filanda la costruzione del Belvedere, per poi costruire tutto intorno un grande sito di filande tessili, una vera e propria “città-industria”, da popolare di operai, dando anche leggi, regolamenti di lavoro e norme di vita.
Le prime filande furono ubicate nello stesso complesso; poi nel 1805 fu costruita la Filanda dei Cipressi, poi ampliata nel 1823 con la realizzazione di una sovrastante “coccolliera”, destinata alla custodia dei bozzoli dei bachi da seta.
All’interno dell’edificio furono situate le abitazioni dell’amministratore dell’azienda e del parroco, la scuola, le officine per filare e torcere la seta, le camere per la tintoria, l’abitazione della maestra e del direttore delle macchine. Al piano superiore si trovava l’abitazione reale, direttamente in contatto, tramite un corridoio, con la stanza dei telai.
Vi erano poi anche le stanze adibite a sala da ballo e sala da pranzo; particolare il bagno della Regina, pensato con le caratteristiche di un antico ambiente termale con una grande vasca “calidarium” di forma ovale in pietra di Mondragone, incassata nel pavimento, e rifornita di acqua calda da una stufa posta nel vano sottostante e le cui pareti furono affrescate da Philip Hackert .
Come detto, il Re volle popolare il sito di operai per le filande, tanto da costituire una vera e propria “città-Stato”, con sue norme e consuetudini precise.


La fontana di A. Solari
Nel suo libro, Ferdinando IV espone la preoccupazione per l’educazione dei figli degli operai, per il mantenimento delle famiglie e per la tranquillità del lavoro di tutti, al fine che ogni uomo e donna vivesse del proprio lavoro con dignità, senza cadere nell’ozio, padre di ogni vizio.

In tal senso, detterà le regole di vita e lavoro comunitario, che resero famoso nel mondo il sito di San Leucio come uno dei primi tentativi di socialismo agrario di stampo illuminista ed anche un po’ utopista, anche se lo spirito che mosse Ferdinando era un sano paternalismo regale. Scrisse infatti il Re: «(…) Questa norma e queste leggi da osservarsi dagli abitanti di San Leucio che da ora innanzi debbono considerarsi come una sola famiglia sono quelle che io qui propongo e distendo, più in forma di istruzione di un Padre ai suoi figli che come comandi di un legislatore ai suoi sudditi.
Queste norme erano numerose, e regolavano anche gli aspetti della vita privata:
- l’uguaglianza: «nessuno deve distinguersi dagli altri se non per esemplarità di costume ed eccellenza di mestiere»;
- matrimoni: età non inferiore ai 20 anni per gli uomini e ai 16 per le donne, e, soprattutto, «nella scelta non si mischino punto i genitori ma sia libera dei giovani»; era abolita la dote, per la quale provvedeva il sovrano stesso;


San Leucio: Abitazioni
- «Lo scopo di questa società è che tutti rimangan nel luogo»: severe erano le leggi per chi voleva sposarsi fuori, che comunque doveva abbandonare per sempre la colonia; per gli uomini che sposavano donne esterne ma intenzionate a venire a vivere a San Leucio, la regola era che queste dovevano prima imparare il mestiere;
- istruzione: obbligatoria per tutti, «per diventar uomo dabbene e ottimo cittadino»;
- retribuzione: era data in base alla perizia del singolo fino al massimo che «si gode dai migliori artisti nazionali e forestieri»;
- ereditarietà: i testamenti furono aboliti, e l’unica successione era quella fra padre e figli con parti uguali tra di loro, e usufrutto alla vedova; in mancanza di eredi i beni del defunto andavano al Monte degli Orfani;
- governo: elezione democratica da parte dei capifamiglia di 5 individui scelti fra i più savi, giusti e prudenti;
- provvedimenti sociali: casa degli infermi; cassa della carità sovvenzionata con una tassa sul reddito di ciascuno e da libere offerte, che provvedeva ai bisogni degli sventurati fino alle esequie funerarie e ai suffragi religiosi; lotta agli evasori, additati prima al pubblico disprezzo, e, se recidivi, privati di ogni forma di assistenza;
- giustizia: vi era un esercizio interno, che arrivava fino all’espulsione nei casi gravi, ed alla consegna alla giustizia statale nei casi dei reati penali comuni;
- lavoro: la giornata lavorativa era di 11 ore giornaliere; ricordiamo che negli stessi anni in Inghilterra gli operai (che certo non vivevano nelle amenità naturali di San Leucio!) non avevano alcuna garanzia di nessun genere, e le giornate lavorative giungevano fino a 16 ore giornaliere, anche per i fanciulli; inoltre v’era parità assoluta di salario fra uomini e donne.
Non possiamo non ricordare, in tale sede, gli elogi sperticati di cui fu ricoperto Re Ferdinando IV da coloro che poi nel 1799 lo tradiranno senza scrupolo alcuno di riconoscenza e coerenza: anzitutto della nota Eleonora Fonseca Pimentel, “amica” della Regina, che, dopo aver scritto di lui che superava in grandezza addirittura Alessandro Magno e dopo averlo nominato “Novello Numa”, lo definì su “Il Monitore” repubblicano imbecille, vilissimo despota e stupido tiranno…


La mietitura a San Leucio
Naturalmente, dopo il 1860, il sito fu abbandonato a se stesso, e poi come sempre ne venne cancellata la memoria: «I 780 gigli d’argento dorato che facevano parte della fastosa decorazione della sala del Trono di Palazzo Reale a Napoli, usciti da quella filanda, vennero rimossi dai funzionari di casa Savoia e bruciati il 14 settembre 1861. Le 20 libbre d’argento ricavate saranno poi vendute per un pugno di ducati.

mercoledì 14 luglio 2010

Il Teatro di San Carlo.

Il San Carlo è oggi il più antico teatro operante in Europa: costruito nel 1737, precede di 41 anni la Scala di Milano e di 51 la Fenice di Venezia.
Inoltre, non ha mai veramente sospeso le sue stagioni, eccezion fatta tra il maggio 1874 e il dicembre 1876, a causa delle difficoltà economiche in cui versava Napoli dopo la caduta del Regno borbonico.
Né l’incendio devastatore del 1816 né gli eventi tragici della Seconda Guerra Mondiale riuscirono ad interrompere le attività: nel primo caso infatti il teatro fu ricostruito in pochi mesi; nel secondo, si andò avanti con una serie di rappresentazioni a forma di concerto.
Peraltro, divide con il Teatro alla Scala il primato della prima scuola di ballo italiana, fondata contemporaneamente a Milano e a Napoli nel 1812, mentre al 1816 data la nascita della Scuola di Scenografia
.

 Teatro di San Carlo, prospetto principale
Come sempre, fu Carlo di Borbone a volere un nuovo Teatro in Napoli (in sostituzione di quello piccolo e ormai vecchio di S. Bartolomeo), inquadrando il progetto nell’ambito del rinnovamento urbanistico della capitale del suo nuovo Regno indipendente.
Il 4 marzo 1737 fu firmato il contratto con l’architetto Giovanni Antonio Mediano (che in seguito sarà impegnato anche per i Palazzi Reali di Capodimonte e Portici): il 4 novembre dello stesso anno il teatro era pronto!
Mediano progettò una sala lunga m. 28,60 e larga 22,50; 184 palchi disposti in 6 ordini, più un ampio palco reale, capace di ospitare fino a 10 persone; un vasto palcoscenico che permetteva di realizzare qualsiasi movimento scenografico.

Teatro di San Carlo, prospetto laterale
Il preventivo di spesa fu calcolato in circa 100.000 ducati: 32.000 li donò il Re in persona, mentre buona parte della somma si ricavò tramite la vendita delle prime quattro file di palchi, il cui valore fu fissato tra i 580 e i 770 ducati ognuno: del resto, possedere un palco al San Carlo, magari vicino a quello reale, era considerato dalla nobiltà napoletana un particolare segno di distinzione.
Il Teatro fu inaugurato il 4 novembre 1737, giorno onomastico del Re, con l’opera Achille in Sciro di Metastasio, musica di Domenico Sarro che diresse l’orchestra.
«Il teatro si impose immediatamente all’ammirazione dei napoletani e degli stranieri, per i quali divenne in breve tempo un’attrattiva giudicata senza eguali: per la grandiosità, la magnificenza dell’architettura, le decorazioni in argento e oro, gli addobbi sontuosi in azzurro, colore ufficiale della Casa Borbonica, per il valore artistico degli spettacoli» .
Il San Carlo divenne naturalmente l’espressione anzitutto della scuola musicale napoletana, che era famosa in tutta Europa sia per l’opera buffa (anche se questa non veniva rappresentata al San Carlo) che per l’opera seria: basti ricordare a riguardo compositori come, fra gli altri, Cimarosa, Paisiello, ecc.
La facciata del San Carlo
vista dalla Galleria Umberto I
«Non stupisce, allora, che Napoli fosse considerata in quel tempo la capitale della musica europea e che, di conseguenza, molti compositori stranieri guardassero al San Carlo come a un traguardo della loro carriera: fu il caso di Hasse, J.C. Bach, Gluck, Myslivece. 
Del resto, alla fama del San Carlo concorse anche la qualità dell’orchestra: nel 1780 era composta da 59 elementi (32 violini, 4 viole, 3 violoncelli, 5 contrabbassi, 4 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 trombe, 1 tamburo e 2 cembali).
Nel 1816 avvenne l’incendio che distrusse completamente il Teatro: «l’evento gettò Napoli nel lutto e fu raccontato con emozione dai giornali di tutta Europa. Ma soltanto dieci mesi dopo, alla fine dello stesso anno, gli stessi giornali con meraviglia ed ammirazione diedero la notizia che il San Carlo era già risorto.
Fu lo stesso Re Ferdinando (ora I) a ordinare, solo sei giorni dopo l’incendio, che fosse ricostruito immediatamente, e incaricò l’architetto Antonio Niccolini, che diede al nuovo edificio una chiara impronta neoclassica, ne migliorò l’acustica e ne ampliò il palcoscenico, che ancora oggi misura m. 33,10 x 34,40.La sera della seconda inaugurazione, il 12 gennaio 1817, era presente Stendhal. Ecco il suo commento: «Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita….

Interno del Teatro di San Carlo
Ma la maggior gloria del Teatro doveva ancora venire: nella prima metà dell’Ottocento, divenuto impresario Domenico Barbaja , oltre agli stessi maestri della scuola napoletana (compositori come Zingarelli, Pacini, Mercadante) che già da soli mantenevano il passo con il resto d’Europa, questi scritturò come compositore e direttore artistico dei Regi Teatri di musica una dei più grandi geni musicali di tutti i tempi: Gioacchino Rossini.

 Il palco reale
Rossini vi rimase per otto anni, dal 1815 al 1822, scrivendo Elisabetta Regina d’Inghilterra, Armida, Mosè in Egitto, Ricciardo e Zoraide, Ermione, La donna del Lago, Maometto II, Zelmira.
Naturalmente con tal maestro, il San Carlo divenne anche il ritrovo dei migliori “cantanti di stagione”, fra cui ricordiamo la Colbran (che poi andò via con Rossini), G.B. Rubini, Domenico Donzelli e i due grandi rivali francesi Adolphe Nourrit e Gilbert Duprez, l’inventore del “do di petto”.
Partito Rossini, Barbaja mise a segno un altro eccellente colpo: scritturò l’astro nascente del melodramma, Gaetano Doninzetti, che rimase dal 1822 al 1838, componendo per il teatro ben 16 opere, fra cui Maria Stuarda, Roberto Derereux, Poliuto e la celeberrima Lucia di Lammermoor.
Peraltro, qualche anno prima Barbaja 
 aveva avvicinato un altro musicista, che a suo parere, avrebbe avuto un futuro da astro mondiale della musica: e neanche stavolta sbagliava, visto che si trattava di Vincenzo Bellini. Ma poi il Bellini preferì andare alla Scala.
Ma non poteva certo mancare Giuseppe Verdi: nel 1841 fece il suo ingresso al San Carlo rappresentando Oberto conte di san Bonifacio, cui fece seguito Alzira, Luisa Miller, Gustavo III (Un ballo in maschera): Verdi rimase il dominatore incontrastato del San Carlo nella seconda metà dell’Ottocento.
 Il palco reale
Per concludere, è superfluo dire che dopo la caduta del Regno, anche il San Carlo subì un certo graduale declino, almeno in rapporto agli altri grandi teatri europei. Ma la gloria di questa ennesima iniziativa borbonica rifulge ancora oggi nella storia della musica e della stessa civiltà napoletana e italiana.

martedì 13 luglio 2010

La Reggia di Caserta.

Di tutte le splendide opere e costruzioni con cui i Borbone abbellirono e modernizzarono il Regno delle Due Sicilie, il fiore all’occhiello è senz’altro l’universalmente conosciuta ed apprezzata Reggia di Caserta, come noto progettata ed in gran parte costruita dall’architetto olandese Ludwig Van Wittel, italianizzato in Vanvitelli.

 Facciata verso il giardino
Questi fu voluto a Napoli personalmente dal Re Carlo, il quale, da degno pronipote del Re Sole, voleva senz’altro procedere alla costruzione di un nuovo Palazzo Reale, degna “dimora” di un Sovrano Borbone e della sua Corte. Ciò sia perché desiderava avere una reggia non a Napoli ma vicino Napoli (ovvio anche in questo il richiamo a Versailles), sia soprattutto perché la nuova costruzione sarebbe dovuta essere, nelle sue intenzioni, la più bella e grande reggia del mondo dopo Versailles stessa, ad onore del nuovo Regno da lui conquistato e come ulteriore riprova della sua volontà che tale Regno fosse realmente indipendente e sovrano.
Ed infatti Re Carlo seguì sempre, nel corso degli anni, personalmente i lavori, unitamente alla Regina, divenendo entrambi a tutti gli effetti le guide ispiratrici del Vanvitelli, senza mai travalicare però il progetto iniziale del grande architetto.
Fu un “unione d’animi” eccellente: ciò è riprovato dallo stesso Vanvitelli, nelle sue periodiche lettere al fratello, ove esprimeva sempre la sua gioia per l’attenzione che i due Sovrani davano al suo lavoro, e per l’armonica intesa che permetteva di procedere velocemente e con grande profitto.

 Veduta della Reggia a volo d'uccello
Infatti, dopo la partenza per Madrid dei Sovrani nel 1759, le cose non saranno più come prima, e Vanvitelli rimpiangerà sempre i giorni felici degli Anni Cinquanta, a volte anche amaramente: famose sono le sue espressioni di rammarico per l’assenza del “Re Cattolico” ogni qualvolta terminava una nuova parte della Reggia (esempio gli splendidi giardini); un giorno ebbe a dire: «La fabbrica fa un bell’effetto, ma a che serve? Se vi fosse il Re Cattolico sarebbe molto, ora non è niente.

  Veduta prospettica del porticato a cannocchiale
La situazione divenne ancor più grave quando il Tanucci  prese il definitivo controllo del Regno, restringendo notevolmente le finanze a disposizione del Vanvitelli; infatti, se negli anni Cinquanta nella fabbrica lavorarono fino a 2000 operai, negli anni Sessanta diminuirono della metà.
Nonostante ciò, egli continuò a lavorare sempre con passione e impegno; inoltre nel 1766 giunse a Caserta il Galiani, Segretario dell’Ambasciata napoletana a Parigi, il quale, vedendo i lavori pressoché ultimati, elogiò apertamente il tutto, ed addirittura definì i giardini più belli e profumati di quelli di Versailles. Superfluo è sottolineare la gioia del Vanvitelli, che ormai aveva 65 anni ed era ammalato, e già pensava di lasciare al figlio Carlo la guida dell’opera per la sua conclusione.
Poi nel 1767 sarà il Vesuvio ad aiutarlo: dopo una violenta eruzione, il giovane Re Ferdinando IV decise di trasferirsi da Portici a Caserta, e così i lavori ripresero attivamente, fino alla sua morte, nel 1773; la sua opera sarà portata avanti dal figlio, ma in realtà la Reggia subirà modifiche ancora fino al 1920.

Il Palazzo
La prima pietra venne posta, con una cerimonia ufficiale, il 20 gennaio 1752, 36° genetliaco del Re Carlo. Vanvitelli aveva presentato il progetto il 2 maggio dell’anno precedente: Carlo e Maria Amalia ne furono talmente entusiasti che l’architetto scrisse al fratello che la realtà aveva superato le sue più fervide aspettative.
Del resto, la celerità con cui il Re volle procedere è dimostrazione inconfutabile dell’importanza che egli dava all’opera e del suo gradimento.
Il Palazzo era stato progettato come un grandissimo edificio con due facciate uguali, l’una sulla piazza d’armi, l’altra sui giardini. Del progetto iniziale, non furono mai realizzate la cupola centrale e la statua di Carlo sul timpano, al centro della facciata.
Per la prima volta, lo scalone centrale, che conduce ai reali appartamenti (oggi l’ingresso di questi è occupato dalla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione), fu posto al centro di un edificio.

Fontana di Diana e Atteone
Nel complesso, conta ben 1200 stanze! I giardini furono completati dopo la partenza del Re, e nel 1762 l’acqua – proveniente da Maddaloni – arrivò a Palazzo tramite l’Acquedotto Carolino.

  Lavamano con zampe di aquila
Non è certo qui possibile fare una descrizione del Palazzo Reale e dei suoi giardini; del resto, si tratta di uno dei capolavori dell’architettura più conosciuti ed amati al mondo; ci limiteremo quindi, oltre a mostrare alcune immagini, ad accennare agli ambienti più belli ed importanti. 
Dal vestibolo superiore si accede alla Cappella Palatina, simile a quella di Versailles (una spoglia sala a galleria con un colonnato che si innalza su un alto stilobate), inaugurata nella Messa di Mezzanotte del Natale del 1784, alla presenza del Re e di tutta la Corte.
La cappella è dedicata alla Immacolata Concezione, la cui immagine è dipinta nella curva absidale.
Ricordiamo poi le Stanze delle Stagioni, sale piccole e molto decorate: in quella della “primavera” il Re e la Regina accoglievano gli ospiti più intimi, e vi si trovano alcune splendide vedute di porti dell’Hackert.
Mentre l’Appartamento del Re è arredato in maniera rigorosa con mobili tedeschi, quello della Regina Maria Carolina è piuttosto frivolo ed elegante.
Attraversata la Biblioteca Palatina, composta di tre sale, di stile neoclassico, si arriva alla Sala Ellittica, tutta dipinta in bianco, senza decorazioni, destinata ai divertimenti di corte; attualmente ospita l’incantevole Presepe borbonico.
I Borbone favorirono sempre l’antica tradizione presepiale napoletana, e ad ogni Natale veniva allestito un grande presepe nella Reggia, al quale concorrevano non solo gli artigiani esperti, ma anche le Principesse di Corte, confezionando gli abiti dei pastori. Le figurine erano realizzate parte in terracotta, teste mani e piedi, mentre l’anima era in stoppa e fil di ferro.
 Natività
Venivano realizzati veri e propri progetti: l’ultimo fu del 1844, e l’attuale presepe presente alla Reggia si ispira proprio a quel progetto.
Dalla Sala ellittica si accede alla splendida Pinacoteca Casertana, allestita di recente con i ritratti dei Sovrani.
Ma ancora più importante è la sezione dedicata agli splendidi paesaggi che Ferdinando IV commissionò a J.P. Hackert, secondo vero artista della Reggia di Caserta.
Hackert, nato a Prenzlau nel 1737, nel 1768 giunse in Italia, rimanendovi per sempre; del 1782 è l’incontro con Re Ferdinando; il grande pittore racconta come rimase meravigliato della competenza del Re e di come parlasse con intelligenza e chiarezza di pittura.

  Fontana di Venere e Adone
I due si intesero subito (accadde in piccolo ciò che era accaduto in grande trent’anni prima), e da questa intesa nacquero le splendide tele che ancora oggi si ammirano a Caserta.
Da ricordare infine è il piccolo e prezioso teatro di Corte, sul lato occidentale del Palazzo. Il teatro non compariva nel primo progetto, e il Vanvitelli lo realizzò per precisa volontà del Re Carlo nel 1756, a lavori già cominciati.
Per concludere, i meravigliosi giardini, con le incantevoli sculture, per le quali solo l’occhio può dare fedele riproduzione.
E solo una visita personale in loco può far rendere conto dello splendore del Palazzo e della munificenza dei Borbone, realizzatori delle due più grandi e splendide regge del mondo.