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mercoledì 14 luglio 2010

Il Teatro di San Carlo.

Il San Carlo è oggi il più antico teatro operante in Europa: costruito nel 1737, precede di 41 anni la Scala di Milano e di 51 la Fenice di Venezia.
Inoltre, non ha mai veramente sospeso le sue stagioni, eccezion fatta tra il maggio 1874 e il dicembre 1876, a causa delle difficoltà economiche in cui versava Napoli dopo la caduta del Regno borbonico.
Né l’incendio devastatore del 1816 né gli eventi tragici della Seconda Guerra Mondiale riuscirono ad interrompere le attività: nel primo caso infatti il teatro fu ricostruito in pochi mesi; nel secondo, si andò avanti con una serie di rappresentazioni a forma di concerto.
Peraltro, divide con il Teatro alla Scala il primato della prima scuola di ballo italiana, fondata contemporaneamente a Milano e a Napoli nel 1812, mentre al 1816 data la nascita della Scuola di Scenografia
.

 Teatro di San Carlo, prospetto principale
Come sempre, fu Carlo di Borbone a volere un nuovo Teatro in Napoli (in sostituzione di quello piccolo e ormai vecchio di S. Bartolomeo), inquadrando il progetto nell’ambito del rinnovamento urbanistico della capitale del suo nuovo Regno indipendente.
Il 4 marzo 1737 fu firmato il contratto con l’architetto Giovanni Antonio Mediano (che in seguito sarà impegnato anche per i Palazzi Reali di Capodimonte e Portici): il 4 novembre dello stesso anno il teatro era pronto!
Mediano progettò una sala lunga m. 28,60 e larga 22,50; 184 palchi disposti in 6 ordini, più un ampio palco reale, capace di ospitare fino a 10 persone; un vasto palcoscenico che permetteva di realizzare qualsiasi movimento scenografico.

Teatro di San Carlo, prospetto laterale
Il preventivo di spesa fu calcolato in circa 100.000 ducati: 32.000 li donò il Re in persona, mentre buona parte della somma si ricavò tramite la vendita delle prime quattro file di palchi, il cui valore fu fissato tra i 580 e i 770 ducati ognuno: del resto, possedere un palco al San Carlo, magari vicino a quello reale, era considerato dalla nobiltà napoletana un particolare segno di distinzione.
Il Teatro fu inaugurato il 4 novembre 1737, giorno onomastico del Re, con l’opera Achille in Sciro di Metastasio, musica di Domenico Sarro che diresse l’orchestra.
«Il teatro si impose immediatamente all’ammirazione dei napoletani e degli stranieri, per i quali divenne in breve tempo un’attrattiva giudicata senza eguali: per la grandiosità, la magnificenza dell’architettura, le decorazioni in argento e oro, gli addobbi sontuosi in azzurro, colore ufficiale della Casa Borbonica, per il valore artistico degli spettacoli» .
Il San Carlo divenne naturalmente l’espressione anzitutto della scuola musicale napoletana, che era famosa in tutta Europa sia per l’opera buffa (anche se questa non veniva rappresentata al San Carlo) che per l’opera seria: basti ricordare a riguardo compositori come, fra gli altri, Cimarosa, Paisiello, ecc.
La facciata del San Carlo
vista dalla Galleria Umberto I
«Non stupisce, allora, che Napoli fosse considerata in quel tempo la capitale della musica europea e che, di conseguenza, molti compositori stranieri guardassero al San Carlo come a un traguardo della loro carriera: fu il caso di Hasse, J.C. Bach, Gluck, Myslivece. 
Del resto, alla fama del San Carlo concorse anche la qualità dell’orchestra: nel 1780 era composta da 59 elementi (32 violini, 4 viole, 3 violoncelli, 5 contrabbassi, 4 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 trombe, 1 tamburo e 2 cembali).
Nel 1816 avvenne l’incendio che distrusse completamente il Teatro: «l’evento gettò Napoli nel lutto e fu raccontato con emozione dai giornali di tutta Europa. Ma soltanto dieci mesi dopo, alla fine dello stesso anno, gli stessi giornali con meraviglia ed ammirazione diedero la notizia che il San Carlo era già risorto.
Fu lo stesso Re Ferdinando (ora I) a ordinare, solo sei giorni dopo l’incendio, che fosse ricostruito immediatamente, e incaricò l’architetto Antonio Niccolini, che diede al nuovo edificio una chiara impronta neoclassica, ne migliorò l’acustica e ne ampliò il palcoscenico, che ancora oggi misura m. 33,10 x 34,40.La sera della seconda inaugurazione, il 12 gennaio 1817, era presente Stendhal. Ecco il suo commento: «Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita….

Interno del Teatro di San Carlo
Ma la maggior gloria del Teatro doveva ancora venire: nella prima metà dell’Ottocento, divenuto impresario Domenico Barbaja , oltre agli stessi maestri della scuola napoletana (compositori come Zingarelli, Pacini, Mercadante) che già da soli mantenevano il passo con il resto d’Europa, questi scritturò come compositore e direttore artistico dei Regi Teatri di musica una dei più grandi geni musicali di tutti i tempi: Gioacchino Rossini.

 Il palco reale
Rossini vi rimase per otto anni, dal 1815 al 1822, scrivendo Elisabetta Regina d’Inghilterra, Armida, Mosè in Egitto, Ricciardo e Zoraide, Ermione, La donna del Lago, Maometto II, Zelmira.
Naturalmente con tal maestro, il San Carlo divenne anche il ritrovo dei migliori “cantanti di stagione”, fra cui ricordiamo la Colbran (che poi andò via con Rossini), G.B. Rubini, Domenico Donzelli e i due grandi rivali francesi Adolphe Nourrit e Gilbert Duprez, l’inventore del “do di petto”.
Partito Rossini, Barbaja mise a segno un altro eccellente colpo: scritturò l’astro nascente del melodramma, Gaetano Doninzetti, che rimase dal 1822 al 1838, componendo per il teatro ben 16 opere, fra cui Maria Stuarda, Roberto Derereux, Poliuto e la celeberrima Lucia di Lammermoor.
Peraltro, qualche anno prima Barbaja 
 aveva avvicinato un altro musicista, che a suo parere, avrebbe avuto un futuro da astro mondiale della musica: e neanche stavolta sbagliava, visto che si trattava di Vincenzo Bellini. Ma poi il Bellini preferì andare alla Scala.
Ma non poteva certo mancare Giuseppe Verdi: nel 1841 fece il suo ingresso al San Carlo rappresentando Oberto conte di san Bonifacio, cui fece seguito Alzira, Luisa Miller, Gustavo III (Un ballo in maschera): Verdi rimase il dominatore incontrastato del San Carlo nella seconda metà dell’Ottocento.
 Il palco reale
Per concludere, è superfluo dire che dopo la caduta del Regno, anche il San Carlo subì un certo graduale declino, almeno in rapporto agli altri grandi teatri europei. Ma la gloria di questa ennesima iniziativa borbonica rifulge ancora oggi nella storia della musica e della stessa civiltà napoletana e italiana.

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