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martedì 6 luglio 2010

"mamma d'o Carmene".

Come da tradizione ormai consolidata da secoli, ogni anno si ripete l'appuntamento con la festa del Carmine che troverà il suo culmine nel simulacro di incendio del Campanile di fra Nuvolo.
La festa del Carmine è l'ultima festa religiosa a napoli che si sostiene coi soli fondi pervenuti dai fedeli. Ha origini antichissime e trova il suo culmine nel tradizionale incendio del Campanile, nel quale l'intera struttura di 75 metri di altezza (il campanile è il più alto della città) viene completamente rivestita da piogge di fuoco ad imitare un vero incendio che viene spento solo nel momento in cui arriva il quadro della Vergine del Carmine. E' una manifestazione che richiama migliaia di curiosi e devoti da tutta napoli che da sempre amano invocare la Vergine chiamandola familiarmente "mamma d'o Carmene".


 
Alla festa religiosa, si affianca la festa esterna…quella che trova il suo culmine nell’incendio del Campanile…sono davvero pochi i napoletani che non l’hanno mai visto.
Ma a questo punto è  importante fermarsi un attimo e trovare le radici storiche di questa festa, per comprenderne appieno il significato.
Probabilmente l’origine della festa in onore della Madonna Bruna risale al 1500, dopo i prodigiosi avvenimenti del pellegrinaggio a Roma.
La prima notizia certa di una festa la apprendiamo dalla “Cronistoria del Real Convento del Carmine Maggiore di Napoli”scritta dal P. Pier Tommaso Moscarella, quando nel raccontare gli eventi della rivoluzione di Masaniello del 1647 scrive così:
“…principiò il tumulto nel dì 7 di Luglio coll’occasione della festa del Carmine, in cui era costume di farsi nella Piazza del Mercato un Castello, e questo poi alla militare si saccheggiava; Masaniello per ciò secondo il solito fece una compagnia di ragazzi in numero di quattrocento che portavano per armi una cannuccia…”.
Da questo breve cenno storico si evincono alcuni elementi: il cronista, in merito alla costruzione del castello, ci dice che “era costume”, quindi una tradizione consolidata da tempo, e si può pensare che questo spettacolo sia all’origine forse della tradizione dell’incendio del campanile se teniamo presente che l’assedio al castello si concludeva con l’incendio dello stesso. Altro elemento importante è che Masaniello “secondo il solito”, (ancora una volta ci troviamo di fronte a un’usanza consolidata nel tempo), “fece una compagnia di ragazzi in numero di quattrocento” se si pensa al fatto che questa era solo una porzione dell’“esercito”, ci rendiamo conto che già nel 1647, la festa del Carmine richiamava numerosissime persone, non solo come spettatori ma anche come parte attiva della festa.
Andando avanti nel tempo arriviamo nel 1700, in occasione del bicentenario del pellegrinaggio a Roma dell’Icona della Bruna, si volle festeggiare in modo particolare l’evento e ancora una volta la cronistoria ci fornisce le notizie:
“…quindi in onore di essa Beatissima Madre di Dio nel mese di Luglio di quest’anno con straordinaria pompa se ne celebra in nostra Chiesa la memoria. Per tre sere fu illuminato con copiosi lumi il Campanile: avanti la Chiesa erettivi due orchestri con organetti fuvvi musica per tutte le tre sere…”
Probabilmente in questi anni era caduto in disuso l’assalto del castello, (forse per volontà dei sovrani per evitare lo spunto per nuove insurrezioni popolari), sostituita dall’illuminazione del campanile “con copiosi lumi”. Troviamo qui per la prima volta un aspetto importante della festa, quello cioè di mettere in risalto il Campanile: probabilmente l’idea nasce dal fatto di voler mettere bene in evidenza la festa della Madonna e richiamare così anche i più lontani dalla religione.
Altre notizie ci vengono fornite dai registri di introito ed esito delle corporazioni religiose soppresse che si trovano presso l’Archivio di Stato:
“Viglietto di Palazzo per la Cappella Reale che non si fece nell’ottava di nostra festa nell’anno 1713”
Troviamo ragione della mancanza della Cappella Reale forse per motivi di ordine politico non ancora del tutto stabilito, considerato che a Napoli in quell’anno entrava a regnare Carlo VI d’Asburgo.
“Donazione di S.M. Carlo di un barilotto di polvere pirica per la festa di nostra Madonna del Carmine nell’anno 1735”
Da questo si deduce che con la venuta di Carlo III, i Reali contribuivano notevolmente alla Festa della Madonna. E così in tutti gli anni del suo regno e in quello successivo di Ferdinando IV.
Arriviamo quindi al 1875, in occasione dell’incoronazione dell’Icona da parte del Capitolo Vaticano, le notizie ci sono fornite da Clemente Domenico:
“Nelle sere dei giorni 11, 15, 16 e 17 vi furono luminarie a gas; la sera del 18 fuochi artificiali, per godersi i quali una moltitudine di gente affollò con centinaia di barche tutta la parte del mare che guarda verso il Carmine”.
Nella seconda metà del ‘900 la festa ha assunto un carattere grandioso, basti pensare che le luminarie si estendevano fino a Porta Capuana. Lo svolgimento della festa avveniva in più serate, con il festival della canzone e l’immancabile incendio del Campanile.

Dunque, dire con precisione quando si sia iniziato a fare l’incendio del Campanile è davvero molto difficile, ma bisogna adesso fare le dovute considerazioni e trarne le conclusioni.
Sebbene le notizie storiche siano alquanto lacunose e incomplete, nei pochi registri di esito ancora esistenti presso l’Archivio di Stato, sono rarissime le notizie di spese fatte per la festa: questo ci da la conferma che le spese venivano offerte dai devoti, e ognuno dava il suo contributo come poteva, quindi è proprio il caso di dire, che la festa del Carmine è la festa dei napoletani, di tutti coloro che amano invocarla “mamma d’o Carmene”.
Se analizziamo la festa, abbiamo mai pensato al significato che ha il ritrovarsi insieme di tante persone ai piedi della Madonna? Sono tutti ai piedi della stessa Mamma! Tuttavia l’incendio del campanile, a prescindere dal significato annesso, cioè quello della Madonna che accorre in aiuto nel momento del pericolo e spegne le fiamme che divampano sul campanile, dà un senso di appartenenza filiale, continua ad essere sentito da tanti, se non proprio da tutti, che si riconoscono in esso e che, se dovesse venire meno, forse farebbe smarrire una parte della propria identità.
Credo che a questo punto ci sia affidata una grande responsabilità, quella di far vedere concretamente a chi verrà dopo di noi come si vive lo spirito di comunione cristiana, festeggiando Colei che, come Madre, sta nel cuore di tutti i figli!
Se tutti insieme metteremo le nostre buone volontà nelle mani di Maria, se il nostro contributo è dato con amore, quello vero, vissuto concretamente e quotidianamente, perderemo qualcosa del nostro “sempre più importante io personale”, ma ci farà ottenere e ci garantirà una ricompensa vera, assai oltre quella umana.

Il programma dei festeggiamenti è il seguente:
Sabato 12 Luglio ore 20.45 Concerto d'Organo in Basilica, all'Organo M° Maurizio Rea - ingresso libero
Martedì 15 Luglio ore 20 omaggio floreale al monumento ai caduti in piazza Carmine
ore 22.00 Incendio del Campanile
Mercoledì 16 Luglio S. Messa presieduta da S. E. il Cardinale Crescenzio Sepe.


sabato 3 luglio 2010

Ischia Film Festival dal 4 al 10 luglio 2010

Si svolgerà nelle cornici più belle dell’ antica colonia greca di Pithecusa l’unico festival cinematografico dedicato alla valorizzazione del territorio, organizzato dall’ Associazione Art Movie e Music,  che, sin dal 2002, nella realizzazione del progetto “Cinema e Territorio” ha integrato l’Ischia Film Festival. Dal Castello Aragonese  sull’isolotto di Ischia Ponte alla Torre di Michelangelo situata nella baia di Cartaromana, a villa La Colombaia, storica dimora di Luchino Visconti, e ancora nel Parco Botanico La Mortella e a Forio di Ischia nel Borgo di Sant’Angelo, la scelta degli organizzatori ha privilegiato i luoghi di maggior fascino per una kermesse volta a valorizzare le location nel mondo dove si sono ambientati i film che hanno tracciato la storia del cinema. Abbiamo intervistato Michelangelo Messina, produttore e direttore artistico dell’Ischia Film Festival
Quali sono le novità dell’ottava edizione dell’ IFF e quale la punta di diamante che fa preferire agli ospiti ed ai critici di partecipare a questo evento. Che cosa vi caratterizza rispetto ai numerosi altri festival cinematografici in Italia?
bandierecastelloIl tema dell’Ischia Film Festival resta la location cinematografica, raccontata e analizzata attraverso svariate sfaccettature, secondo la creatività e la sensibilità di autori provenienti da ogni cultura e paese. E’ il tema che ci differenzia da ogni altro festival al mondo. Anche in questa ottava edizione, pertanto, avremo film in concorso e fuori concorso, anteprime oppure opere già presentate in altre rassegne internazionali, il cui recupero, in questo contesto, assume spesso significati nuovissimi, convegni sul fenomeno del “cineturismo” e incontri di cinema con i personaggi più noti del panorama nazionale ed internazionale. Tutto in un’ atmosfera rilassata e informale, in una location di impagabile bellezza come il Castello Aragonese di Ischia (altro elemento di “unicità” del nostro Festival) e lontano dalle rigidità delle mere vetrine promozionali. Ne scaturisce per il nostro pubblico un’ occasione irrinunciabile  per cogliere accessi  e percorsi conoscitivi assai stimolanti sotto l’aspetto cinematografico, approfondire le conoscenze settoriali e scientifiche legate al cineturismo e all’uso delle location nel racconto audiovisivo,  e avvicinarsi, quanto più possibile, a quelle opere che altrimenti non troverebbero spazio attraverso gli abituali canali della nostra distribuzione. Tutto, lo ripetiamo, in una cornice di grande fascino e suggestione.
Nel panorama desolante dei fondi tagliati allo spettacolo ed alla cultura grazie alla manvora del governo, come vede il futuro delle produzioni cinematografiche in Italia? Bisognerà elemosinare le produzioni da altri paesi? Si rischia, anche in campo cinematografico una fuga di cervelli e talenti artistici?
La decisione in merito a fondi tagliati alla cultura e allo spettacolo ci sconcerta e avvilisce, ma non siamo certo sorpresi. Anzi, è l’ennesima riprova della considerazione in cui è tenuto, nel nostro paese, tutto quello che può avere un’ attinenza alla cultura, bene di così scarso rendimento elettoralistico-clientelare, da poter essere tranquillamente classificato al primo posto tra quelli da colpire con tagli facili e senza troppi riguardi. Non sono solo le produzioni a restare danneggiate da questi tagli, è’ un intero settore dell’economia, che comprende artigiani, maestranze, professionisti, a essere messo in ginocchio. Francamente non sappiamo in che misura, anche in campo artistico, si verificherà una fuga di cervelli all’estero. Colpire così barbaramente perfino le scuole di cinema, i luoghi deputati a formare gli artisti di domani, equivale a una condanna a morte per il futuro di una forma d’arte in cui siamo sempre stati riconosciuti come maestri, anche da cinematografie infinitamente più potenti e strutturate (sotto il profilo industriale) della nostra.
picAd aprire la manifestazione sarà “New York I love You” 11 cortometraggi ambientati nella Grande Mela , undici love stories girate da altrettanti registi (tra i quali Fatih Akin, Mira Nair e Natalie Portman) nei quartieri della città con un cast di tutto rispetto, da Andy Garcia a Julie Christie, Christina Ricci e James Caan. Ogni giorno dal 4 al 10 luglio proiezioni, incontri con gli autori, convegni sul cineturismo, workshop sul product placement, incontri professionali e premiazioni per un cinema di qualità. Cerimonia d’ apertura  domenica 4 luglio alle ore 19.30 al Castello Aragonese.
Informazioni sul sito www.ischiafilmfestival.it

Il Real Sito di Carditello.

Si intende con l’espressione “Siti borbonici” quei territori che sotto il regno di Carlo e poi di Ferdinando IV furono acquisiti direttamente dalla Corona.
Si trattava solitamente di casali di campagna ricchi di vegetazione, pascoli naturali, selvaggina, adatti alle attività di svago, quali la caccia e le passeggiate.
Fra questi uno dei meno noti ma al tempo stesso più incantevoli (fu denominato “Real Delizia”) è il Casino Reale di Carditello, nei pressi di San Tammaro, a sud di Capua.

Il territorio, che superava i mille ettari, apparteneva al Conte d’Acerra. Nel 1745 Re Carlo lo volle acquistare perché adatto alla caccia (gli acquitrini della zona costituivano l’habitat ideale per alcune specie di volatili come fagiani e beccacce; inoltre non era raro incontrare cinghiali, volpi, lepri e perfino cervi) e all’allevamento sia dei cavalli che dei bufali, dalle cui femmine si ricavava (e si ricava ancor oggi) quel latte necessario a produrre la squisita mozzarella famosa in tutto il mondo: infatti vi sorse subito in caseificio.
Al centro dei terreni vi era poi una “masseria” chiamata “La Foresta”, un deposito di grano, fieno, prodotti agricoli vari. Come nel caso di San Leucio, da questa primitiva costruzione si volle ricavare un vero e proprio “casino reale” per accogliere la Corte durante i soggiorni per la caccia.
L’architetto Francesco Collecini, già impegnato appunto nella sistemazione del Belvedere di San Leucio, ebbe l’incarico dei lavori, anche se la supervisione dei disegni fu affidata al Vanvitelli in persona.
Fu però Ferdinando IV che volle portare a termine la costruzione e l’attivazione dell’azienda agricola. A partire dal 1784 si edificarono lo stallone, la scuderia, le abitazioni dei vaccari, la stalla delle bufale, la torre dove avveniva la manipolazione dei latticini, il granile, ecc.
Ai due lati del casino si costruirono otto torri utilizzate ai piani superiori come case per gli abitanti del sito, che è preceduto da un ampio stadio, per le feste campestri e le corse dei cavalli, e delimitato nel retro da due vaste corti quadrate. L’intera tenuta era di 1750 ettari.
Nelle intenzioni di Ferdinando, Carditello “si contrapponeva” a San Leucio, nel senso che, a differenza dell’esperienza innovativa di quest’ultimo, serviva per mettere in risalto la sua adesione alla antica politica agricola. 
Il casino reale
L’intero complesso si estende per circa 300 metri di lunghezza ed è costituito, come detto, da una palazzina centrale, sobria ed elegante, di due piani, e due corpi di fabbrica laterali, divisi dalla palazzina da due profondi androni; ma ogni ambiente è in realtà in stretta connessione con gli altri, a voler testimoniare l’assenza di barriere tra la Corte e la comunità.
Al piano terra si trovano le cucine, l’armeria e le sale per il personale. Attraverso due scale simmetriche si accede al piano superiore, dove erano gli ambienti destinati ad accogliere la famiglia reale e il salone per i ricevimenti che venivano organizzati al rientro dalla caccia.
Particolarmente interessante è poi la piccola chiesa, di stile tipicamente settecentesco, alle cui decorazioni (come anche a quelle della palazzina centrale, del resto) lavorarono i maggiori artisti della Corte, fra cui sicuramente Philip Hackert (affrescatore e decoratore dei Siti Reali). Arazzi di Pietro Durante su cartoni di Fischetti arricchivano il salone maggiore, la cui volta era affrescata dallo stesso Fischetti.
Il sito, come sempre, fu abbandonato dopo il 1861 e cadde in rovina (addirittura vi furono scellerati atti di “iconoclastia politica”, nel senso che affreschi rappresentanti i Borbone furono raschiati…).
Ora è stato in parte restaurato e dal 1978 è aperto al pubblico; ospita anche il Museo della Civiltà contadina.